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Recensione: due volumi contro le allucinazioni redazionali e decisionali

Jean-Luc Egger
Jean-Luc Egger

Proposition de citation: Jean-Luc Egger, Recensione: due volumi contro le allucinazioni redazionali e decisionali, in : LeGes 1


[1]

Presentati al pubblico il 29 gennaio 2026 alla Biblioteca cantonale di Lugano e il 25 marzo 2026 presso il neocreato Istituto di italiano giuridico dell’Università di Berna, i due volumi meritano la nostra attenzione non solo per la qualità e la profondità delle analisi proposte ma soprattutto in quanto, già solo per il fatto di esistere, rivestono molteplici significati.

[2]

In primo luogo un significato storico e istituzionale, e in questo senso la presentazione avvenuta nella capitale federale ha assunto una valenza simbolica molto forte: per chi come il sottoscritto ha vissuto epoche, situazioni, contingenze anche ufficiali in cui l’esistenza stessa di testi normativi federali in italiano non era affatto scontata, il fatto di disporre di un’analisi qualitativa approfondita dell’italiano istituzionale è di grande importanza, perché dimostra, a prescindere dai risultati di questa analisi, che l’italiano federale non solo esiste ma ha assunto sufficiente consistenza e coerenza per far emergere uno stile, un sistema, per far cristallizzare insomma i tratti caratteristici di una identità linguistica. E sappiamo oggi che tale identità non va scrutata e indagata soltanto dalla prospettiva dell’Italiano d’Italia, ma ha una propria dignità, fa capo ad una propria fonte di riferimento autonoma come tutte le lingue pluricentriche.

[3]

Vi è poi un significato giuridico o politico. Ormai quasi 20 anni or sono l’esigenza della qualità dei testi ufficiali è stata sancita nella nostra legislazione: l’articolo 7 della legge federale del 5 ottobre 2007 sulle lingue stabilisce che «Le autorità federali si adoperano ad usare un linguaggio appropriato, chiaro e conforme alle esigenze dei destinatari». Questa disposizione non è, ahimé, una disposizione costitutiva nel senso enucleato da Carcaterra, cioè non è una disposizione il cui effetto si realizza da sé ipso facto con l’entrata in vigore della legge (come ad esempio le disposizioni abrogative), ma è una disposizione la cui attuazione (o implementazione come preferiscono dire gli studiosi di politiche pubbliche) necessita evidentemente l’adozione di vari provvedimenti e deve poi essere oggetto di valutazione. Ecco, questi due volumi possono essere considerati come il tassello conclusivo di quel grande esercizio di valutazione dell’italiano istituzionale svizzero che è stato il progetto di ricerca quadriennale (2020–2024) finanziato dal FNS e svolto dalla cattedra di linguistica italiana dell’Università di Basilea intitolato Litaliano istituzionale svizzero: analisi, valutazioni, prospettive.

[4]

Da qui è breve il passo al terzo significato, che riguarda il mondo accademico e il suo interessamento all’italiano federale. Non è, evidentemente, la prima volta che linguisti o accademici si occupano della qualità dell’italiano istituzionale in Svizzera, ma è però la prima volta che la lingua delle nostre istituzioni è posta sotto la lente accademica in modo sistematico, articolato e pluriprospettico da parte di una squadra agguerrita di linguisti nel quadro di un progetto scientifico pluriennale. Un tale laboratorio o cantiere di ricerca ha consentito una analisi molto ampia sotto diversi aspetti su cui è utile soffermarsi:

  1. aspetto quantitativo: il campione rappresentativo di testi era molto esteso in quanto costituito da un corpus di 2 milioni e 700’000 parole;
  2. aspetto varietistico: sono stati considerati un’ampia gamma di testi, segnatamente atti normativi, rapporti, comunicati stampa, pubblicazioni su siti web, reti sociali, materiali legislativi, dibattiti in Parlamento, sentenze di tribunali distribuiti su un arco di 10 anni (2010–2020);
  3. analisi pluriprospettica: la ricerca voleva indagare la lingua delle istituzioni per descriverne diverse caratteristiche: lessicali, sintattiche, morfologiche, interpuntive, testuali, pragmatiche e varietistiche, una diversità di prospettive moltiplicata dalla pluralità dei ricercatori (circa 10, ognuno con le sue competenze specifiche);
  4. la durata quadriennale del progetto ha consentito di ottenere una grande quantità di risultati, che si sono concretizzati in una ricca messe di pubblicazioni ed eventi: per la precisione il gruppo di ricercatori ha organizzato o ha partecipato a circa 50 convegni o incontri formativi e tra articoli e volumi ha prodotto circa 60 pubblicazioni;
  5. infine un effetto indiretto ma che mi pare importante: tutto questo lavoro ha permesso a giovani dottorandi di completare la loro formazione sui testi istituzionali, il che oltre al loro profitto accademico personale, conferisce visibilità a questa varietà linguistica e la integra nei filoni di ricerca e di interesse degli studi superiori, e quindi apre nuove prospettive per studi ulteriori (e ci piace guardare al nuovo Istituto di italiano giuridico presso l’Università di Berna inaugurato nel giugno 2025 proprio come una sorta di germinazione di tali interessi).
[5]

L’approccio critico e teorico adottato nelle analisi, corroborate tuttavia sempre da pertinenti esempi concreti, è estremamente prezioso per gli addetti ai lavori, non solo perché permette di vederci un po’ più chiaro nella prassi scrittoria, ma costituisce pure un contributo essenziale alla formazione del redattore e del traduttore. Formazione che va distinta dalla informazione, due nozioni che oggi si ha tendenza a confondere. Soprattutto il traduttore, ma anche il redattore (che magari fa capo all’intelligenza artificiale), dispone oggi di tutta l’informazione desiderabile. Anzi: programmi di aiuto alla traduzione o programmi di traduzione automatica gli forniscono tutte le informazioni di cui necessita in termini di equivalenze, occorrenze, riferimenti, contesti ecc. Ma poi questa informazione deve essere selezionata e convalidata, commentata e giustificata, ed è proprio per tale operazione che la formazione assume tutta la sua importanza, senza contare sul fatto, non si dirà mai abbastanza quanto grave, che tutti questi automatismi tendono comunque sempre ad allontanare la mente dallo spessore delle parole. La formazione consente di «prendre de la hauteur», alzare la testa dai testi e magari istillare qualche goccia di quell’approccio tanto prezioso per il giurilinguista che, riprendendo le parole di Norberto Bobbio, possiamo descrivere come «il pungolo del dubbio, la volontà del dialogo, lo spirito critico, la misura nel giudicare, lo scrupolo filologico; il senso della complessità delle cose».

[6]

E la complessità a cui alludiamo qui non è da opporre in primo luogo alla semplicità ma, come sottolinea il pensatore contemporaneo che più insistentemente ha riflettuto su questo concetto (Edgar Morin), va opposta alla frammentazione o alla mutilazione, cioè alla continua tentazione del riduzionismo, una tentazione che nel nostro lavoro di traduttori e redattori si manifesta nel costruire testi assemblando semplicemente equivalenze o parole (o addirittura grafemi muti) senza vedere l’insieme, l’intero, un intero che è costituito evidentemente dalla parola (quella vera, non una serie di grafemi assemblati stocasticamente), dalla dimensione testuale, ma poi da tutto il resto, cioè dalla tipologia testuale, dalla finalità, dal contesto giuridico, quello politico, la tradizione linguistica, e via dicendo.

[7]

In questo senso la pubblicazione di questi due volumi – e gli insegnamenti che se ne possono trarre – è un segnale forte a favore di un approccio responsabile e adeguato alla nostra lingua ufficiale, una lingua la cui cura qualitativa deve essere costante e ambiziosa, ossia adeguata sia al suo statuto di patrimonio identitario della Nazione e dello Stato, sia alla sua complessità e ricchezza. Una cura che oggi è minacciata da chi considera il plurilinguismo istituzionale esclusivamente come una voce di bilancio, che possa essere ridotta a piacimento non appena la congiuntura lo richieda o non appena le sirene della tecnologia promettano risultati equivalenti a quelli di una gestione umana della lingua. I due volumi qui presentati ci mostrano, direi con dovizia di particolari, quanto sia importante che ogni elemento dei nostri testi sia sorretto da una decisione umana consapevole e ricostruibile. Non si tratta soltanto di saper dire di ogni parola perché è stata usata quella e non un’altra (come recita il decalogo ideale di Primo Levi) ma di saper giustificare ogni aspetto del testo, e quindi di non delegarne le scelte agli algoritmi o ad altri modelli automatici. Un antidoto dunque efficace non solo contro eventuali allucinazioni redazionali, ma anche contro quelle decisionali.


Jean-Luc Egger, Cancelleria federale, Servizi linguistici centrali, Divisione italiana, Berna, e-mail: jean-luc.egger@bk.admin.ch.

Angela Ferrari, Letizia Lala, Filippo Pecorari (a cura di), Dal centro alla periferia dellitaliano istituzionale svizzero. Nuove ricerche, Dell’Orso, Alessandria 2025, pp. XVI + 216.

Jean-Luc Egger, Angela Ferrari (a cura di), I profili dellitaliano istituzionale tra Svizzera e Italia, Atti del Convegno internazionale dedicato a Bice Mortara Garavelli, Accademia della Crusca 26 e 27 ottobre 2023, Firenze 2025, pp. 250.

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